Quel treno.
Lui salì su quel treno quella sera. Erano le 9 circa. Sarebbe arrivato a casa solo la mattina successiva. Salì su quel treno…
Quel treno.
Lui salì su quel treno quella sera. Erano le 9 circa. Sarebbe arrivato a casa solo la mattina successiva. Salì su quel treno…la sua valigia tra le mani quella che, insieme a lui, aveva calpestato i mondi a cui i suoi occhi si erano appoggiati, quella che lei gli aveva trascinato in stazione al loro primo incontro, con le sue mani bianche come il latte che sfioravano quelle di lui, nere come il mare di notte.
Si era inventato che non riusciva a trascinare la valigia. E, ovvio, non era vero. Voleva che le bianche mani di lei toccassero quella valigia e che il loro tocco arrivasse a tutto ciò che essa conteneva, fino a giungere ai vestiti che avrebbero toccato poi la sua pelle, con impresso il suo essere: donna e amica, bimba e amante.
Lui salì su quel treno quella sera, ma stavolta il treno non lo portava da lei che, ugualmente, gli abitava l’anima. Salì su quel treno e aveva immaginato lei, lì fuori, a salutarlo in fretta per poi scappare per non farsi vedere piangere qualche lacrima d’addio.
Lei che, ugualmente, gli abitava l’anima e gli accelerava il respiro, battito dopo battito.
Il suo corpo si adagiò allo schienale in velluto, facendo aderire la maglietta blu e gialla alla sua pelle tinta dei colori delle terre del Sud. Aprì distrattamente il giornale e si ricordò sorridendo che era sempre lei a comprarglielo, prima di andar via, in stazione.
Quante volte aveva preso quel treno per correre ad abbracciare i suoi occhi, quante volte l’aveva trovata lì seduta ad aspettarla col sorriso di sempre e col cuore che le galoppava in gola, quante volte avevano preso il caffè al solito bar lì all’angolo, quante volte aveva ascoltato divertito i suoi discorsi lunghi e senza un senso preciso, quante volte aveva visto i suoi occhi accendersi all’incontro col suo sguardo, quante chiacchierate alla ricerca di antiche stradine giù in città, quante ore in giro per negozi mentre lei si incantava davanti ad una borsa stile Barbie e lui faceva delle smorfie e correva ad aspettarla fuori (l’unico modo per distoglierla dall’acquisto pericoloso), quanti giri al supermercato a scegliere la fragranza del docciaschiuma e poi di corsa a casa… e fare l’amore… e restare abbracciati… ore ed ore… addormentarsi e svegliarsi al passaggio dei baci di lei lungo la sua schiena…
Quel treno, quante volte… ma ora… non lo portava da lei… lo portava a casa, ai luoghi dei ricordi, ai profumi di occhi e cuori amici, quelli di sempre, ai boschi incantati dell’infanzia che ora erano abitati da una principessa.
Lo aspettava, la principessa, aveva i suoi stessi occhi e i capelli color del grano. Lo aspettava, la principessa, conservando in sé la grazia di una bambina dalla dolcezza e tenerezza infinita. Lo aspettava, la sua principessa, per raccontargli dolci storie e cantargli armoniose melodie. Lo aspettava. E lui a correrle incontro, per prendere un po’ della sua infanzia, per ricordare ancora i suoi occhi, per toccare, ancora, le sue mani bianche come il latte.
Lui salì su quel treno quella sera. Erano le 9 circa. Sarebbe arrivato a casa solo la mattina successiva. Ma stavolta il treno non la portava da lei che, ugualmente, gli abitava l’anima.